IT.A.CÁ, 25 aprile 2019, Ussita

A rendere simili restanza e Resistenza, nei rispettivi contesti storici, sono il coraggio e il sacrificio di non abbandonare le proprie comunità. Coraggio e sacrificio che appartengono sia ai partigiani che hanno partecipato alla lotta di liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista sia a coloro che restano oggi nelle montagne. In entrambi i casi, si tratta di una rivoluzione, di una lotta condotta per costruire un futuro migliore, per riedificare delle comunità lacerate al loro interno, per arginare i processi di spopolamento, per cancellare ogni forma di spaesamento dovuta a improvvise catastrofi.

Per costruire un futuro certo e al tempo stesso alternativo rispetto ai modelli politici ed economici dominanti bisogna guardare al passato, alla nostra storia, cioè alle nostre tradizioni e culture più vere ed originali, superando i limiti di una visione della vita ancorata esclusivamente al presente. Ogni sfida si può superare in questo modo, perché molto semplicemente si tratta di guardare di fronte a noi attingendo ad un passato più saldo e profondo, che già abita dentro di noi, il quale, rinnovandosi, può offrire certezze e sicurezze. Resistere per costruire, ricostruire per vivere.
La restanza / Resistenza è vita e indica sempre un approdo nel quale il futuro e le radici di un passato sincero non possono che sovrapporsi. Lottare per ricostruire implica sempre anche un processo di conoscenza al quale possa corrispondere un percorso di crescita umana e sociale in una dimensione collettiva capace di collocare al centro di ogni riflessione e di ogni azione la comunità. Conoscenza è anche accoglienza: conoscenza significa anche mettersi in cammino per comprendere ciò che ci circonda. Non è più sufficiente osservare, è indispensabile apprendere. La restanza, come la Resistenza, può cambiare la storia e il nostro destino. Chi è rimasto tra le montagne e in modo particolare nei luoghi colpiti dai terremoti 2016 / 2017 può trasformare questi territori in una sorta di laboratorio, dove sperimentare nuovi modelli economici e sociali intimamente legati a questi ambienti. Si tratta di rompere schemi consolidati che ancora vivono dentro di noi.

Gli uomini della Resistenza prima ancora di combattere il fascismo, hanno combattuto contro loro stessi, contro i loro errori, contro le loro convinzioni. Solo nel momento in cui si sono aperti al confronto, agli altri, al sacrificio, hanno iniziato a disegnare una nuova patria; non quella della falsa retorica fascista, ma quella che intimamente appartiene ad ogni uomo configurandosi come la sua casa, la sua comunità: una terra, un paese, una nazione, l’umanità intera. La patria di ogni uomo è il luogo dal quale egli decide di osservare l’orizzonte, è il luogo del suo giusto e indiscutibile approdo, lontano dal dolore, dalle sofferenze, dalla fame, dalla guerra. In questa direzione, sopra un ideale ponte, in grado di mettere in comunicazione la storia con un futuro da edificare, possono transitare innumerevoli parole, capaci di caricarsi di inediti significati senza mutare il loro originale valore semantico: comunità, cooperazione, collettività, sapere, mestiere, natura, ambiente, rispetto, accoglienza. In questa direzione serve un nuovo umanesimo che recuperi la centralità dell’uomo nella società, insieme alla dimensione di un tempo che appartenga totalmente a lui e non più gestito dalle logiche del consumismo. Serve una nuova visione del lavoro, che produca una vera ricchezza per l’uomo e il suo spazio sociale, non più finalizzata esclusivamente al profitto e quindi destinata a costruire soltanto delle vite artificiali.
La Resistenza / restanza in questo modo può definire un saldo percorso di conquista della libertà, individuale e collettiva al tempo stesso. Come in occasione della lotta partigiana, anche oggi ogni impegno non deve essere finalizzato al superamento delle istituzioni, ma al loro rafforzamento, affinché queste ultime diventino a tutti gli effetti luoghi di partecipazione e di democrazia. Durante la Resistenza, per la prima volta, si è stabilito un rapporto fecondo tra intellettuali e classi popolari. I primi si sono messi a disposizione di operai e contadini, veri depositari di conoscenze più vere e profonde. È questa sapienza del territorio che serve anche oggi. Oggi noi possiamo riscoprire e abitare le terre colpite dal sisma, possiamo essere donne e uomini nuovi e diversi, capaci di trasformare il dolore in felicità con un atto di coraggio, in grado di modificare le comunità in luoghi aperti e inclusivi dai quali partire, nei quali tornare e restare, nei quali arrivare e nei quali la memoria sia un punto di riferimento, la conoscenza una luce, il bene comune un obiettivo da raggiungere, la bellezza una dimensione costante. Come gli uomini che sono morti per il nostro bene, per il nostro futuro, combattendo nelle nostre montagne più di settanta anni fa (Achille Barilatti fucilato contro il muro di cinta del cimitero di Muccia il 23 marzo 1944 – Pietro Capuzi torturato e ucciso il 9 maggio 1944 ad Ussita), anche noi oggi abbiamo dei doveri per onorare la loro memoria: quello di accogliere, oltre ogni forma di abbandono, e di proteggere.

Vito Teti sostiene che «non c’è più tempo da perdere. È già tardi, troppo tardi. Forse non ce la faremo, ma ci avremo provato. Sarà difficile, ma avremo fatto la nostra parte, non avremo nascosto la polvere sotto il tappeto».

Augusto Ciuffetti (C.A.S.A., storico dell’Appennino)